Andrea Trevisani

Studi e/o specializzazioni, conoscenze linguistiche
Laurea in Economia e Commercio – indirizzo Internazionale (110 lode) nel 1983, Università degli Studi di Bologna.

Esperienze professionali/Formazione
Senior Project Manager e Responsabile dei sistemi informativi sulla struttura produttiva Emilia-Romagna dipendente di Aster (Consorzio tra la Regione Emilia-Romagna, le Università, CNR, ENEA, l'Unione regionale delle Camere di Commercio e le Associazioni imprenditoriali regionali, costituito con lo scopo di sostenere, coordinare e valorizzare la rete della ricerca e del trasferimento tecnologico in regione).

Esperienze/percorso nel Commercio Equo
Fondatore della cooperativa ExAequo nel 1993, volontario nel corso di questi anni con alle spalle tre mandati in qualità di Consigliere.
Responsabile dell'Area Finanza Solidale e Comunicazione dal 2001.
Attualmente presidente della Cooperativa.
Dal 14 novembre 2010 consigliere CdA del Consorzio CTM-Altromercato.
Consigliere di Amministrazione di Iniziative Solidali, consorzio regionale composto da tutti i soci Ctm- Altromercato presenti in Emilia-Romagna dal gennaio 2008.

Spazio libero…

Ci siamo persi qualcosa.
Partiamo dai Cioccodrilli. I cereali per colazione proposti dal Consorzio offrono più di uno spunto per provare a riflettere su cosa è diventato il commercio equo che, tra mille difficoltà, continuiamo a promuovere e sostenere nelle nostre realtà. E, soprattutto, su quello che vorremmo che fosse.
Per prima cosa, però, è utile sgombrare il campo dalle discussioni e dalle possibili polemiche sulla "ennesima merendina" che proponiamo ai consumatori delle Botteghe. Quindici anni di volontariato nel mondo del fair trade, decine di incontri e assemblee sulle ragioni del fare commercio equo nonché le ripetute e interminabili discussioni sulla "deriva commerciale" – presunta e/o effettiva – del fair trade targato CTM rappresentano, da questo punto di vista, un antidoto più che sufficiente.
Il nostro compito – sul versante commerciale – è quello di ampliare il mercato per le produzioni dei nostri partners del Sud, garantendo loro maggiori opportunità di reddito nell'ambito di un rapporto fiduciario e solidale. Per fare questo abbiamo bisogno di "buoni" prodotti, che siano collocabili sul mercato e che in forza della loro natura, della loro provenienza e delle modalità di produzione – delle relazioni che li sostanziano, insomma – siano in grado di rappresentare un'alternativa ai prodotti tradizionali, prefigurando un altro modo di produrre e di consumare.
I Cioccodrilli, pur con qualche sbavatura, possono essere definiti un "buon prodotto" da più punti di vista:

  • pur non potendoli considerare un prodotto "essenziale" si collocano più che dignitosamente nella categoria dei prodotti "sostitutivi", rappresentando una valida alternativa ad analoghi prodotti della multinazionale di turno;
  • nella loro ricetta vengono utilizzate materie prime difficilmente collocabili sul mercato in modo "diretto" – la tapioca, per esempio, o la quinoa – e assolvono, seppur parzialmente, il compito di ampliare le opportunità di distribuzione (e di reddito) a quei produttori che offrono questa "difficile" tipologia di prodotti;
  • sulla confezione – sicuramente "ingombrante" e con un consumo di materiali per il packaging eccessivo in un'ottica di sostenibilità ambientale – sono indicati in modo chiaro la natura del prodotto, la provenienza degli ingredienti utilizzati e lo loro "appartenenza" al mondo fair trade;
  • al prodotto è associato uno sforzo comunicativo ulteriore – il rimando a un'area del sito web Altromercato – che permette di ampliare le informazioni relative al prodotto e ai produttori delle materie prime utilizzate.

E allora, perché quella sottile sensazione di disagio di fronte alla confezione di Cioccodrilli che trovo sulla tavola a colazione e che le mie figlie consumano con grande soddisfazione?
Sarà forse il loro aspetto "patinato" – pur senza nostalgia per le eroiche confezioni del primo caffè nicaraguese distribuito da CTM – a suscitare questa sensazione? Oppure il fastidio – e qui probabilmente ci avviciniamo un po' di più al "nodo" del problema – è il loro presentarsi come prodotto assolutamente "politically correct"?
Un prodotto che potrebbe essere distribuito da una qualunque impresa responsabile, così "normale" che sembra non abbia alcun bisogno della rete del commercio equo… Tanto normale che anche il piccolo gadget contenuto nella confezione – le schede da colorare degli animali – risulta così asettico che potrebbe trovarsi in una confezione Kellogg's qualsiasi.
Un prodotto – di certo non l'unico – che rischia di sembrare senz'anima se a proporlo, al posto di una qualunque impresa, è un soggetto collettivo – il nostro Consorzio – che sulla propria identità politico culturale è cresciuto fino a occupare un posto importante nel panorama dell'economia solidale e che, in questi ultimi tempi, sembra invece avere smarrito la capacità di segnare la propria alterità alle logiche commerciali dominanti, quasi fosse diventato improvvisamente timido per fare della propria identità il più importante ed efficace strumento di marketing.
Con la consapevolezza che ci saranno sempre momenti in cui il "pendolo" (idealità/pragmatismo, movimento/impresa, informazione/commercio, ecc.) si troverà in un punto diverso da quello in cui vorremmo che fosse.

Ricordare il passato serve per il futuro, così non ripeterai gli stessi errori: ne inventerai di nuovi.

Groucho Marx

Tags: Andrea Trevisani, Cioccodrilli