Il commercio equo

 [Nota dell'estensore.
Ricostruire la storia del Commercio Equo e Solidale non è facile, e ancora meno lo è districarsi fra i differenti organismi e attori in campo in ambito mondiale.

La ricostruzione che segue predilige il versante europeo, e prende spunto dalla pagina dell'Organizzazione L'Ombelico del Mondo, che riporta la versione ufficiale di IFAT scritta nel gennaio 2004 e aggiornata nel dicembre 2006, e dalla pagina di CTM-Altromercato.
Ho assemblato le due versioni, anche tagliando e revisionando i testi; inoltre, ho aggiunto spezzoni tradotti da alcune pagine che parlano delle differenze tra WFTO e FLO.
Il risultato è comunque in divenire, nel senso che saranno aggiunti aggiornamenti mano a mano che ne verrò a conoscenza: sia tramite ricerche personali, sia mediante incontri di approfondimento con testimoni, sia grazie a eventuali contributi vostri: mandate segnalazioni a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.]

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Il Commercio Equo e Solidale è una partnership commerciale fondata sul dialogo, sulla trasparenza e sul rispetto, che cerca di stabilire una maggiore equità nel mercato internazionale.
Contribuisce a uno sviluppo sostenibile offrendo migliori condizioni commerciali e assicurando i diritti dei produttori e dei lavoratori del Sud del mondo.
Le Organizzazioni di Commercio Equo, anche con l’aiuto dei consumatori, sono inoltre impegnate in campagne finalizzate a cambiare le regole e le pratiche del commercio tradizionale.

L'inizio

Nel 1945, nella Carta delle Nazioni Unite, l'ONU s’impegnava a promuovere lo sviluppo mediante la creazione di un organismo ad hoc quale l'UNCTAD (Conferenza delle Nazioni Unite per il Commercio e lo Sviluppo).
Si sentì la necessità di questa agenzia perché l'eredità del colonialismo aveva relegato i paesi del Sud del mondo a meri produttori di materie prime con scarso valore aggiunto, economicamente dipendenti da un unico prodotto o da pochi e condizionati dai bruschi ribassi dei prezzi.

Da qui, ci sono molte versioni sulla storia del Commercio Equo.

Secondo alcuni i precursori furono gli americani, con Ten Thousand Villages (allora Self Help Crafts) che comprò tessuti lavorati da Puerto Rico nel 1946, e con SERRV che iniziò a commerciare con comunità povere del Sud verso la fine degli anni Quaranta.
Il primo negozio di Commercio Equo aprì nel 1958 negli USA.

Nel 1964 ci fu la prima convocazione dell’UNCTAD a Ginevra.
Occorreva risolvere la situazione dei paesi del Sud del mondo, non con ulteriore indebitamento per la concessione di aiuti, bensì con il riequilibrio del commercio.

Le tracce iniziali in Europa risalivano alla fine degli anni Cinquanta, quando Oxfam GB cominciò a vendere manufatti prodotti da rifugiati cinesi, creando proprio nel 1964 la prima Alternative Trade Organization (ATO).
Iniziative parallele sorsero nei Paesi Bassi, e nel 1967 venne istituita Fair Trade Organisatie, una organizzazione di importazione.

Nel 1969 fu aperto in Olanda, da Sos Wereldhandel, il primo “Third World Shop” (Bottega del [Terzo] Mondo) a Brekelen, cittadina di 14.000 abitanti nella provincia di Utrecht.
Gli olandesi di Sos Wereldhandel sanno che l'aiuto non cambia i rapporti iniqui e non incide sulle cause della miseria.
Per questo motivo creano le cosiddette “Botteghe del Mondo”, con l’obiettivo di sostenere progetti nei paesi in via di sviluppo attraverso la vendita di prodotti artigianali.
Le Botteghe del Mondo, da allora, hanno avuto e hanno un ruolo fondamentale nel movimento del Commercio Equo, essendo non solo punti vendita, ma anche molto attive in campagne e nella diffusione di una nuova consapevolezza.

Durante gli anni Sessanta e Settanta, organizzazioni non governative (Ong) e individui socialmente motivati in Asia, Africa e America Latina sentirono la necessità di fare commercio equo per consigliare, assistere e supportare i produttori svantaggiati.
Furono così create organizzazioni di Commercio Equo nel Sud collegate alle nuove organizzazioni del Nord.
Alla base dei loro rapporti: la partnership, il dialogo, la trasparenza e il rispetto.
L’obiettivo: una grande equità nel commercio internazionale.
Nel 1971 in Bangladesh venne fondata la prima Cooperativa di Commercio Equo e Solidale (Jute Work).

Parallelamente a questi movimenti, i paesi cosiddetti in via di sviluppo indirizzavano forum politici internazionali, come la seconda conferenza UNCTAD a Delhi nel 1968, per comunicare il messaggio “Trade not Aid” (“Commercio, non aiuti”).
Questo approccio sottolinea l’intenzione di stabilire relazioni commerciali con il Sud del mondo, invece di appropiarsi dei benefici al Nord per poi far tornare una piccola parte di essi al Sud sotto forma di aiuti per lo sviluppo.

I prodotti

Inizialmente le organizzazioni di Commercio Equo trattavano più che altro con produttori di artigianato.
Spesso l’artigianato costituisce un reddito supplementare per le famiglie dei Paesi con cui si commerciava, ed è di fondamentale importanza soprattutto per le donne, che hanno poche opportunità di lavoro.

Nel 1973 l’olandese Fair Trade Organisatie importa il primo caffè “equo” da cooperative di piccoli coltivatori del Guatemala.
Oggi, a distanza di 30 anni, il caffè equo è diventato un concetto.
Centinaia di migliaia di coltivatori di caffè hanno già tratto benefici dal Commercio Equo in questo settore.

Dopo il caffè, la gamma di prodotti alimentari si è espansa fino a includere tè, cacao, zucchero, vino, succhi di frutta, noci, spezie, riso, ecc.
I prodotti alimentari danno la possibilità alle organizzazioni di Commercio Equo di aprirsi nuovi canali di mercato, come le istituzioni, i supermercati, i negozi biologici.

Il mercato e i marchi

Negli anni Ottanta il Fair Trade subisce un’accelerazione; la causa è data dalle conseguenze delle politiche neoliberiste, che portano al crollo dei prezzi delle materie prime.

I piccoli produttori del Sud del mondo – la cui economia si basa, di solito, su un solo prodotto e una sola coltura come il caffè, il cacao o lo zucchero – sono sul lastrico.
La povertà aumenta in tutti i paesi in via di sviluppo.
Di fronte a questa situazione, le centrali d'importazione europee capiscono la necessità di trovare altri mercati in cui vendere tali prodotti a un prezzo equo, in modo da aumentare i progetti e il numero di produttori del Sud.

 

Si apre dunque la fase commerciale: il Commercio Equo e Solidale si affianca all'economia di mercato, cercando di competere con essa senza snaturare la propria etica e la propria missione.

Negli stessi anni, il Commercio Equo e Solidale è ancora poco conosciuto in Italia: sono attive solo due botteghe, una a Bressanone e una a Bolzano, che si appoggiano alla rete fair trade austriaca.
Nel 1987 nasce una società a nome collettivo fondata da Rudi Dalvai, Heini Grandi e Antonio Vaccaro, e quest'ultimo conia il termine Commercio Equo e Solidale, a tradurre l’espressione inglese fair trade usata fino ad allora. La doppia aggettivazione, che non esiste nella definizione inglese, intende evidenziare i concetti di giustizia sociale, equità e solidarietà:

“La solidarietà senza equità – che implica una relazione sociale – finisce con il trasformarsi in carità. E la carità non produce trasformazione, non cambia lo stato delle cose. D’altra parte l’equità senza la solidarietà ovvero senza la fratellanza diventa un senso astratto di giustizia, una giustizia vuota perché non calata in una dimensione sociale”. (Antonio Vaccaro)

Nel 1988 la società è trasformata in cooperativa con l’acronimo CTM (Cooperazione Terzo Mondo).

 

Nel frattempo, in Europa si sviluppa un modo per raggiungere un pubblico più vasto.
Un prete che lavora con piccoli proprietari terrieri e coltivatori di caffè in Messico e che collabora con una Ong cattolica olandese concepisce l’idea di un marchio (“label”) per il Commercio Equo.
I prodotti comprati, commerciati e venduti nel rispetto delle condizioni del Commercio Equo sarebbero stati certificati con un marchio che li avrebbe differenziati dai prodotti comuni.
Nel 1988 nasce in Olanda “Max Havelaar”.
Il concetto prende piede: nel giro di un anno il caffè con questo marchio raggiunge una quota di mercato del 3%.

Anche CTM inizia le importazioni dirette proprio con il caffè: il primo, nel 1989, è UCIRI.

Nello stesso anno nasce (co-fondata anche da CTM) IFAT (International Federation of Alternative Trade) – oggi WFTO (World Fair Trade Organization) – che raggruppa le centrali d'importazione: una rete globale di 250 organizzazioni (numero crescente).

Nel 1990 EFTA (European Fair Trade Association), che riunisce gli 11 principali importatori di Commercio Equo d’Europa, raggiunge lo status formale (CTM vi era entrata nel 1988, quando ancora era un'associazione informale).

Negli anni successivi sorgono altre organizzazioni di certificazione Fair Trade in altri paesi europei e americani del Nord.
Nel 1997 viene creata la Fairtrade Labelling Organization (FLO), l’associazione mondiale di marchio per il Commercio Equo.

Parallelamente alla nascita del marchio Max Havelaar per i prodotti, IFAT sviluppò un sistema di monitoraggio per le Organizzazioni di Commercio Equo, con lo scopo di rafforzare la loro credibilità di fronte ai politici, al mercato tradizionale e ai consumatori.
Il marchio Fair Trade Organization (FTO) di IFAT è stato lanciato nel gennaio 2004 per i membri IFAT che soddisfano le richieste e gli standard del sistema di monitoraggio, identificandoli come organizzazioni di Commercio Equo registrate.

In Italia nel 1999 viene approvata la Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale, e nel 2003 si costituisce AGICES (Assemblea Generale Italiana del Commercio Equo e Solidale), l’associazione di categoria delle organizzazioni di Commercio Equo e Solidale italiane, che di quella Carta si fa depositaria.

In che cosa differiscono WFTO e FLO?

La Carta dei Principi del Commercio Equo riconosce due diversi approcci al Fair Trade: il percorso di certificazione di prodotto (utilizzato da FLO) e il percorso della supply chain (catena logistica) integrata (usato da WFTO).

Il percorso di certificazione di prodotto garantisce la produzione e/o distribuzione a condizioni eque di un prodotto specifico.
Il percorso della supply chain (catena logistica) integrata è un sistema in cui tutti gli attori lungo la catena (dai produttori agli esportatori/importatori, ai grossisti, ai rivenditori, ecc.), si sono impegnati congiuntamente nel Commercio Equo e in pratiche leali.

L'etichetta FLO è un logo di certificazione per i prodotti.
Il sistema di certificazione è controllato da una terza parte e si applica a una gamma limitata di prodotti (l'elenco è in aumento).
Questi prodotti sono principalmente alimentari, ma includono anche cotone, rose e palloni da calcio. Nessun prodotto di artigianato è coperto dal marchio FLO.
Gli standard FLO contengono i requisiti minimi che tutte le organizzazioni di produttori devono soddisfare per diventare certificate, nonché requisiti di sviluppo per cui i produttori devono dimostrare miglioramenti nel tempo.
Se un prodotto non ha una etichetta FLO non significa necessariamente che non sia di commercio equo; tuttavia, occorrerà informarsi per proprio conto sul prodotto/produttore invece che fare assegnamento sulla garanzia fornita dal marchio.

Il marchio WFTO non è (ancora?) una etichetta di prodotto.
Identifica una Organizzazione che si dedica al Commercio Equo, e viene assegnato solo a Organizzazioni che sono sue membre.
Significa che tali Organizzazioni seguono norme specifiche per quanto riguarda le condizioni di lavoro, i salari, il lavoro minorile e l'ambiente.
Questi standard sono convalidati mediante autovalutazioni, esami reciproci e verifica esterna.

Informazione, campagne di sensibilizzazione e attività politica

Fino dall’inizio il movimento del Commercio Equo ha mirato alla crescita della consapevolezza dei consumatori sui problemi causati dal commercio tradizionale e ha cercato di introdurre modifiche alle sue regole.
La vendita è sempre stata accompagnata da informazioni relative ai prodotti, ai produttori e alle loro condizioni di vita.
È diventato compito delle Botteghe del Mondo mobilitare i consumatori alla partecipazione in campagne per una giustizia globale.

La prima conferenza europea delle World Shops si ebbe nel 1984, e stabilì la stretta cooperazione tra i volontari delle Botteghe di tutta Europa.
La rete europea delle Botteghe (NEWS!) venne ufficialmente stabilita nel 1994, e ha rappresentato approssimativamente 3.000 botteghe in 15 Paesi europei.
Dal 2008 non esiste più nella sua forma originaria, ma è parte della sezione europea di WFTO: WFTO-Europe.
NEWS! ha coordinato le attività europee di campagna e promosso lo scambio di informazioni e di esperienze riguardo allo sviluppo delle vendite e al compito di informazione.

Nel 1996 NEWS! stabilì la giornata europea delle Botteghe del Mondo come un’ampia giornata di campagna su una tematica particolare, spesso con obiettivi su scala europea.
L’iniziativa è stata avanzata da IFAT, che la diffuse su scala mondiale: la prima giornata del Commercio Equo che coinvolse il movimento mondiale si celebrò il 4 maggio del 2002.

Nel corso degli anni il movimento di Commercio Equo è diventato più professionale nella diffusione dell’informazione e nell’attività politica.
Si pubblicano documenti, materiale attrattivo su campagne ed eventi pubblici.
Il movimento ha inoltre beneficiato dell’istituzione di strutture europee che favoriscono l’armonia e la centralità delle sue campagne e attività politiche.

Un avvenimento importante è stato l’istituzione, nel 1998, dell’ufficio di attività politica di EFTA a Bruxelles, che mira a influenzare i dirigenti politici, è supportato dall’intero movimento e rappresentato in FLO, IFAT, NEWS! e la stessa EFTA – da cui l’acronimo FINE.

Nello stesso anno, 1998, il Parlamento Europeo riconosce il Commercio Equo e Solidale in termini economici e politici.
Il Fair Trade e le sue Organizzazioni sono così riconosciuti dalle istituzioni europee e dagli enti governativi nazionali e regionali per il loro contributo alla riduzione della povertà, lo sviluppo sostenibile e per la crescita di consapevolezza per i consumatori sui problemi del commercio.

Nel 2000 Garstang, una cittadina nel nord-ovest dell’Inghilterra, si dichiara “fair trade town”.
Da allora circa 600 comunità in tre continenti hanno lavorato per promuovere il Commercio Equo e Solidale, garantire le vendite e, quindi, assicurare ai produttori continuità e prezzi equi.

Nel 2005 la Toscana è la prima regione italiana a dotarsi di una legge sul Commercio Equo e Solidale.

Nel 2006 viene approvata la Risoluzione del Parlamento Europeo sul Commercio Equo e Solidale e lo sviluppo, che riconosce il Fair Trade quale valido strumento di crescita economica per il Sud del mondo e invita la Commissione Europea ad adottare azioni che lo promuovano sotto diversi punti di vista, da quello educativo a quello fiscale.
Molti ministri europei e primi ministri danno pubblicamente il loro appoggio al Commercio Equo.

Un numero sempre maggiore di istituzioni sta utilizzando i prodotti Fair Trade e le autorità locali stanno inserendo i criteri di equità e sostenibilità nella loro offerta pubblica.
Migliaia di città, università e chiese si sono adoperate per il Fair Trade, impegnandosi nella sua promozione e contribuendo alla riduzione della povertà e dell’emarginazione.
I rappresentanti dei paesi poveri promuovono con impegno sempre maggiore il Commercio Equo per consentire ai produttori più piccoli e marginalizzati dei propri paesi di vivere e lavorare con dignità.
Il Fair Trade è sempre più presente sulle agende dei politici di tutto il mondo.

In Italia, nel corso della XV legislatura (2006-2008), è stata depositata la prima Proposta di Legge Nazionale sul Commercio Equo e Solidale.

Nel 2011 Rudi Dalvai, tra i fondatori di Altromercato, è eletto presidente di WFTO.

Nel 2012 viene di nuovo depositata in Parlamento la Proposta di Legge Nazionale, e ancora l'anno dopo.

Al 2014, le regioni italiane che si sono dotate di una legge sul Commercio Equo e Solidale sono dodici: Toscana, Liguria, Umbria, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Abruzzo, Marche, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto, Trentino Alto-Adige, Puglia.

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