Il TTIP è il contrario del Commercio Equo

In vista della mobilitazione mondiale contro il TTIP di sabato 18 aprile, ti proponiamo una riduzione libera, ma fedele e corredata di immagini, video e link ipertestuali, della prefazione di Giorgio Dal Fiume a Free trade vs. Fair trade. Perché il TTIP è il contrario del commercio equo, monografia curata da Alberto Zoratti di Fairwatch/Campagna Stop TTIP, dallo stesso Giorgio Dal Fiume di AGICES-Equo Garantito e da Luca Martinelli di Altreconomia.

Ti esortiamo a partecipare all'assemblea del comitato Stop TTIP Bologna che si terrà mercoledì 15 aprile a Làbas (via Orfeo 46), per condividere le ragioni e organizzare la partecipazione alla mobilitazione internazionale.

Il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Stati Uniti d’America attualmente oggetto di negoziati, è assai di più dell’ennesimo accordo internazionale di liberalizzazione commerciale.

E ciò non solo per le sue dimensioni colossali: riguarda “qualsiasi cosa abbia valenza economica” (merci, alimenti, servizi, investimenti), crea la più grande zona di libero scambio del pianeta (circa 800 milioni di consumatori), rappresenta quasi la metà del prodotto mondiale lordo e un terzo del commercio mondiale.
 
Ma soprattutto perché il TTIP – se approvato nella formulazione attuale – costituirebbe una radicale modifica dell’equilibrio dei diritti legali riconosciuti a Stati e a imprese private.

La democrazia, la "sovranità del popolo", troverebbe un limite secco nella legittimazione che il TTIP riconosce strutturalmente alle imprese economiche di tutelare i propri investimenti anche contro governi e parlamenti, consentendogli di denunciare legalmente gli Stati, trascinandoli in giudizio in tribunali internazionali extraterritoriali (cioè esterni alle legislazioni di quegli stessi Paesi), allorquando essi emanino normative (fossero anche a tutela dell’ambiente o della salute) che in qualche modo ne danneggino il profitto potenziale derivante dagli investimenti fatti, o più in generale la loro legittima aspirazione economica.

Siamo quindi di fronte a una operazione la cui profonda portata politica viene spesso celata sotto la valenza economica, e cioè una crescita attesa (ma discussa da economisti ed esperti internazionali).

Il TTIP costituisce – nell’intenzione dei suoi promotori – uno strumento di politica economica funzionale all’obiettivo di mantenere l’attuale preminente peso politico del mondo occidentale, sempre più minacciato dall’insorgere della potenza economica cinese, e dall’emergere di altri macro-accordi politico/commerciali in grado in futuro di mettere in discussione la leadership dell’Occidente.

Da ciò la necessità di mantenere riservati obiettivi e contenuti delle trattative in corso.

Chiunque si occupi di Commercio Equo e Solidale o di Economia Sociale/Solidale dovrebbe seguire con attenzione questa vicenda, informarsi, farsi parte attiva.

Il Commercio Equo è una avanguardia che concretamente pratica una economia di giustizia, che rende evidente che l’alternativa di una economia che si subordini al rispetto di criteri sociali, ambientali, di sostenibilità esiste ed è possibile, qui e ora.

La persona dovrebbe poter scegliere prodotti realizzati senza provocare danno alle comunità umane e all’ambiente, dei quali conosce bene la provenienza, il processo produttivo, gli ingredienti, gli effetti.

Non possiamo quindi rimanere indifferenti di fronte a una proposta di regolazione del mercato economico che per tanti aspetti ci sembra l’opposto del Fair Trade.

Il nostro movimento da cinquant’anni rispetta volontariamente i propri standard internazionali sociali e ambientali, e chiede che essi (per esempio il salario minimo, la sicurezza sul lavoro, i diritti sindacali...) vengano estesi a tutta l’attività economica, mentre il TTIP al contrario interpreta leggi, regolamenti, limiti, divieti, come ostacoli all’attività economica.

Mentre il Commercio Equo ha fra i suoi vincoli l’obbligo alla trasparenza e al “rendere conto”, il TTIP procede in trattative segrete e finora non rende conto ai cittadini europei che hanno eletto un Parlamento impotente; se il Fair Trade ha tra i suoi obiettivi la massima redistribuzione del reddito su tutta la filiera produttiva, il TTIP persegue la legalizzazione del diritto delle imprese private al “massimo profitto”.

Nel modello di giustizia economica che il Fair Trade persegue il ruolo della “buona politica” sta proprio nel “turbare” i mercati, cioè “regolarli” al fine di limitare il potere dei forti, ridurre le disuguaglianze e l’emarginazione, riconoscere il valore insopprimibile dell’ambiente e delle comunità umane.

Questa, e non l’abdicazione dei poteri pubblici che comporterebbe l’applicazione del TTIP così com’è ora, ci sembra la priorità, in un pianeta dove l’ONU certifica quasi 900 milioni di affamati e 1.400 milioni di obesi, e dove le liberalizzazioni che hanno preceduto il TTIP hanno contribuito a costruire un mercato globale dove 10 mega-transnazionali controllano oltre il 70% di tutti i prodotti alimentari che vengono commercializzati e consumati nel mondo, e una società globale dove (come dimostra un report di Oxfam pubblicato nel gennaio del 2015) nel 2016 si raggiungerà il record della disuguaglianza economica mondiale, dato che l’1% della popolazione mondiale si avvia a possedere più ricchezza dell’altro 99%, e che il 79% della popolazione mondiale si spartisce appena il 5,5% della ricchezza globale.

 

Tags: commercio equo e solidale, TTIP, Stop TTIP